Taccuino della guida – Gallerie d’Italia, Milano

Elisa Ruggiero • 20 luglio 2026

Mostra "Arnaldo Pomodoro. Una vita" Gallerie d'Italia, Milano


17 Luglio 2026

È passato giusto un anno da quando Arnaldo Pomodoro se ne è andato, a poche ore dal suo 99° compleanno — chissà, magari in quel cielo che Argan definiva lo spazio ideale per le sue opere. Eppure stasera, alla soglia di quello che sarebbe stato il suo centenario, la sensazione non è affatto quella di un'assenza.

A guardarle bene, l'innovazione che ha portato Pomodoro in un mondo corroso da formule vuote è stata la sua vera, gigantesca lezione di civiltà.

Oggi, camminando per le sale di "Arnaldo Pomodoro. Una vita", si percepisce con chiarezza quanto l'intera sua esistenza sia stata un viaggio continuo. Non un semplice spostarsi nel tempo — da quel geometra giunto a Milano nel 1954 per fare l'orafo fino al maestro acclamato a Montreal, Roma o Darmstadt — ma un’esplorazione profonda e inesausta della materia.

È affascinante osservare l'impatto di questa innovazione nell'arte: Pomodoro ha preso la scultura tradizionale, solida e statica, e l'ha decostruita. Ha usato materiali leggeri e impensabili come il fiberglas — quello con cui plasmò la Sfera grande — per rompere gli schemi del gesso. Ha aperto i suoi solidi geometrici, trasformando il bronzo lucente in una pelle che si squarcia per rivelare un caos interiore fatto di ingranaggi, incisioni, fenditure.

Come un archeologo del futuro, Pomodoro ha tratto ispirazione dai suoi viaggi — dall'Egitto delle piramidi e dei papiri alle civiltà scomparse — per creare una scrittura che sembra sepolta da millenni, ma che parla del nostro presente.

In un'epoca in cui l'arte cercava nuove strade, lui non ha dipinto né scritto sulla carta: ha scolpito il linguaggio dentro la materia. Ha graffiato la perfezione lucida e specchiante delle sue Sfere per rivelare un "dentro" denso di segni, come se la materia stessa stesse cercando di comunicarci un segreto.

Mi sono incantata davanti alle quattro cassettiere dell'Archivio: ritrovare le piccole cose da cui traeva ispirazione — come le Rose del Deserto, scoperte durante i suoi viaggi e poi diventate forma e monumento  — rende tutto così intimamente poetico. Dai papiri egiziani alle Colonne del Viaggiatore, ogni sua opera è uno snodo, una mappa, un ponte tra la memoria antica e la visione del futuro.

Uscendo dalle Gallerie, si ha la tentazione irresistibile di continuare a camminare per Milano, inseguendo la sua tracciain una sensazione lieta di gioco e di  festa. Un viaggio dentro l'anima di un uomo che ha saputo scolpire il tempo.

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